Vita Consacrata

COME FACCIO A RICONOSCERE SE HO LA VOCAZIONE?

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Premetto che non darò alcuna risposta a questa domanda, perché questa domanda non dovrebbe essere proprio posta in questi termini né da parte dell’aspirante alla vita consacrata con voti religiosi, né da parte dei formatori.

Questa è una riflessione che vuole fare un po’ di chiarezza su ciò che non è “vocazione”, cioè illustrare gli equivoci più frequenti maturati dai c.d. aspiranti alla vita religiosa.

Vedo sul web dei veri propri vademecum per riconoscere i segni di vocazione, degli elenchi di nozioni, una sorta di kit autovocazionale che permette con un video o con un post di riconoscere se si ha la vocazione come se si facesse clandestinamente un test di gravidanza o, per attualizzarlo, un test sierologico per il covid-19.

Purtroppo il fantomatico oggetto chiamato “vocazione” non esiste, non è un titolo, non è un diploma, né una laurea in teologia, tanto meno una divisa o un abito religioso.

L’esperienza di discernimento vocazionale è innanzitutto esperienza di relazione con Dio tramite la preghiera e dunque si cala in un contesto relazionale ed ecclesiale in cui la vita sacramentale e la condivisione della Parola di Dio sono fondamentali per riconoscere la presenza di Dio nella propria storia.

Il primo equivoco diffuso tra gli aspiranti alla vita religiosa è alimentare una vita di preghiera in modo isolato e intimistico, leggendo tanta agiografia, magari tanti articoli su internet senza calarsi nella vita effettiva di un gruppo di persone con cui condividere ciò che si vive.

La lettura autonoma dell’agiografia porta quasi sempre l’aspirante ad innamorarsi delle figure dei santi senza filtrare i linguaggi dell’epoca in cui il santo o la santa sono vissuti e dunque immaginare la vita religiosa di oggi con le stesse immagini rappresentate dai santi oggetto di lettura.

La lettura dei santi, ottima in sé e per sé, può però portare l’aspirante privo di formazione e confronto a maturare desideri di emulazione ed imitazione della vita dei santi, irrigidendosi negli stessi linguaggi e immagini di Dio che gli stessi santi vivevano secoli prima.

Mesi o anni passati in modo individualistico a leggere agiografia possono portare l’aspirante al desiderio di sperimentare la vita che il santo o la santa descrive nelle sue lettere o nei suoi scritti (e la lettura delle fonti originali sarebbe già una gran cosa) oppure nelle ricostruzioni biografiche (interessate e parziali) postume già ben orientate a costruire l’immagine del santo o della santa che ancora non lo era.

Dunque, l’aspirante si presenta ad un prete, ad un formatore, ad un selezionatore vocazionale con immagini di vita spirituale e religiosa, perché vuole fare la stessa vita di Santa Teresa di Lisieux oppure di San Francesco di Assisi o di Sant’Ignazio di Loyola.

MI DISPIACE: CHI PENSA CHE LA VITA RELIGIOSA SIA LA RIPETIZIONE DI MODI E LINGUAGGI, RITI E LITURGIE DI SECOLI ADDIETRO RIMARRA’ DELUSO.

QUESTA NON E’ VOCAZIONE, E’ SCARSA CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO VALORE E RICERCA DI IMITAZIONI ALTRUI PER COMPENSARE LA PROPRIA SCARSA AUTOSTIMA, METTENDO GLI ABITI DEGLI ALTRI.

Altro equivoco: LE GRANDI CONVERSIONI.

Ci sono aspiranti alla vita religiosa che trascorrono anni cercando esperienze spirituali molto forti, soprattutto tramite pellegrinaggi lunghi e a piedi, visite in santuari, visite in luoghi di apparizioni mariane ed è un tempo di tale accumulo di “adrenalina” spirituale da convincerli molto spesso di avere locuzioni interiori, visioni, comunicazioni mistiche al punto da dover tenere diari spirituali da presentare ad un prete a cui dimostrare la propria santità e chiamata alla vita religiosa, perché Gesù o la Madonna avrebbero chiamato direttamente con una “telefonata sullo smartphone”.

Battute a parte, i momenti o i periodi di grande conversione vissuti da persone che rientrano da stili di vita autodistruttivi, fortemente caratterizzati da dipendenze da sesso, droghe, gioco d’azzardo e tanto altro, sentono tutta la grazia di Dio che li sostiene e c’è il rischio di autoconvincersi di non avere bisogno di alcun confronto con un interlocutore spirituale per leggere quanto accade nella propria anima.

La forza delle emozioni in questi periodi di grande conversione solitamente motiva l’aspirante a lasciare relazioni sbagliate o tossiche della vita passata, a cambiare modo di vestire mostrando una povertà esteriore, modificando il modo di parlare, trascorrendo giornate intere in chiesa a pregare fino a convincersi di essere chiamati alla vita religiosa.

ATTENZIONE A NON CONFONDERE UNA FASE IMPORTANTE DI CONVERSIONE CON UNA CHIAMATA ALLA VITA RELIGIOSA.

Se ciò accade, il primo impatto spiacevole con il formatore è quello dell’aspirante che racconta tutta la vita dei santi al formatore stesso e ai confratelli, insegna loro come pregare e spiega loro come dovrebbe essere la vita religiosa.

In questi casi, il formatore e la comunità di solito lasciano vivere lo spazio del postulandato all’aspirante, che nell’arco di pochi mesi diventerà intollerante verso tutti i confratelli e li accuserà di essere tutti tiepidi e negligenti nella preghiera.

ESITO: USCITA DAL POSTULANDATO.

Questi sono i casi più estremi.

Ora mi accingo a descrivere i casi più filtrati e meno evidenti.

Solitamente l’aspirante alla vita religiosa giunge alla c.d. prova vocazionale dopo essere entrato in contatto con un religioso o una religiosa oppure con un prete in un contesto parrocchiale, anche tramite gruppi estivi, giornate di ritiro, etc…

Dunque, la persona consacrata che diventa interlocutore raccoglie la condivisione delle esperienze spirituali dell’aspirante e dopo qualche mese o anno propone un esperimento vocazionale.

Quando non è da accettare la proposta? Quando l’ammirazione per il prete, il frate, la suora, il monaco è la motivazione dominante a presentarsi ad una prova vocazionale, immaginando che la vita religiosa sia formata solo da persone come quella che ha la sua fiducia e che si vuole diventare come lui o lei.

MI SPIACE: ENTRARE IN POSTULANDATO PERCHE’ SI VUOLE DIVENTARE COME QUEL PRETE O FRATE O MONACO SIGNIFICA NON AVER SPERIMENTATO UN INCONTRO PERSONALE CON GESU’ TRAMITE LA PAROLA DI DIO. QUESTA NON E’ VOCAZIONE.

Altre motivazioni che possono indurre ad autoconvincersi di essere chiamati alla vita religiosa possono emergere durante i passaggi di crisi esistenziale che solitamente si vivono con cadenza quasi decennale.

Ciò accade frequentemente alla fine degli studi di scuola superiore o dopo la laurea. Può accadere anche dopo una grave malattia ed avvenuta guarigione; ancor più frequentemente dopo aver perso il lavoro, cercando di ricostruire un nuovo percorso oppure dopo l’interruzione di una relazione sentimentale importante.

Chi vive questi “santi” momenti di crisi esistenziale, può trovare grande consolazione nella preghiera, nella frequentazione di una guida spirituale, nel partecipare ad un gruppo di preghiera e tutto ciò è molto positivo.

Tuttavia, è sempre bene che le situazioni di crisi esistenziale siano elaborate, cioè portate ad un completamento della consapevolezza circa le cause della crisi e di come ci si possa riorientare nella vita.

Se ciò non accade, le motivazioni spirituali si mescolano a ciò che non lo è.

Infatti, può accadere che ci si convinca di dover entrare nella vita religiosa o in seminario per espiare le colpe del periodo precedente di vita o per espiare sensi di colpa legati al proprio orientamento o condotta sessuale, convincendosi che il celibato o il voto di castità renderà magicamente “angeli” e in grado di vivere come prete o frate o suora.

Altra motivazione può essere la difficoltà a trovare lavoro, a terminare gli studi universitari, oltre ad avere paura di non potersi realizzare in futuro ed assumersi le responsabilità della vita adulta e dunque interpretare quel periodo di smarrimento come un’occasione per aiutare gli altri entrando in convento o in seminario.

MI SPIACE: LA PAURA DI NON REALIZZARE LA PROPRIA VITA O I PROPRI SOGNI LAVORATIVI COSI’ COME LA FUGA DALLE RESPONSABILITA’ DELLA VITA ADULTA NON CORRISPONDE A VOCAZIONE.

Altro equivoco può nascere quando si è guariti da una grave malattia, fisica o psicologica, e si vorrebbe ricambiare Dio per ringraziarlo, chiedendo di entrare nella vita religiosa animati da un’immagine di Dio che farebbe rimanere in debito la persona per tutta la vita a causa della guarigione ottenuta grazie alla mediazione della medicina oppure perchè si considera la guarigione una grazie ricevuta che può essere “commerciata” solo “rinunciando alla propria vita”.

MI SPIACE: LE GUARIGIONI SONO DONO DI DIO ATTRAVERSO LE MEDIAZIONI UMANE E SONO GRATIS. VOLER RICAMBIARE DIO PER LA GUARIGIONE OTTENUTA NON E’ VOCAZIONE.

Altro equivoco frequente è quello vissuto da aspiranti alla vita religiosa che fuggono da contesti famigliari disfunzionali e/o conflittuali oppure da coloro che sperimentano una solitudine religiosa e spirituale che li motiva a cercare la compagnia di persone consacrate per poter pregare insieme fino a convincersi che entrare in seminario, in convento o in monastero assicurerà loro cure, sostentamento in caso di bisogno e assistenza nella vecchiaia.

MI SPIACE: LA CONVINZIONE CHE IL BISOGNO DI CONDIVIDERE CON PERSONE CONSACRATE PREGHIERA E SERVIZI APOSTOLICI SIA VOCAZIONE E’ ERRATA, IN QUANTO ESSA NON E’ UNA SOLUZIONE DI FUGA DAI PROBLEMI FAMIGLIARI O PARENTALI, NE’ E’ UNA SOLUZIONE A DIFFICOLTA’ RELAZIONALI PERSONALI.

Lo stesso vale per lo zelo affettivo e spirituale che anima coloro che chiedono di fare un discernimento vocazionale dopo l’interruzione di un rapporto sentimentale molto importante (anche sulla soglia dell’altare del matrimonio religioso), perchè maturerebbero la convinzione in pochi giorni o mesi che l’unico Sposo sarebbe Gesù (molto frequente per le donne) o che la relazione coniugale sarebbe meno perfetta della vita consacrata discepolare (più frequente per gli uomini in cerca di compensazioni alla propria sessualità sotto apparenza di purità o di carriere ecclesiastiche a compensazione di percorsi universitari non completati).

MI SPIACE: LA CONVINZIONE CHE LA CONSACRAZIONE PORTI AD UNA SORTA DI MATRIMONIO CON GESU’ CHE FAREBBE DA MARITO PER LA DONNA O DA MAESTRO DI PERFEZIONE E PURITA’ SESSUALE O DA DATORE DI LAVORO/MANAGER PER GLI UOMINI NON E’ VOCAZIONE.

Infine, che cosa rende evidente che l’aspirante non è chiamato alla vita religiosa?

Ci sono alcuni comportamenti molto espliciti che mi limito ad elencare:

E NEI PROSSIMI GIORNI NE AGGIUNGERO’ ALTRI…

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